"NULLA HA MAI FINE". LETTERA DI UNO SPRINGSTEENIANO A CLARENCE CLEMONS.
“It’s over”. Queste sono le parole, leggenda o meno, che Bruce Springsteen comunica con una telefonata a Clarence Clemons, impegnato in tour con Ringo Starr, nel lontano 1989. It’s over Clarence… è finita. A quella frase Grande Uomo, convinto che Bruce facesse riferimento alla sua temporanea esperienza con Ringo Starr and His All Starr Band, felice come un bambino che dipinge risponde: “Ok Bruce, I'll be right”, pronto ed ansioso nel tornare di nuovo in pista con i suoi Blood Brothers. Ma aveva capito male Grande Uomo… ciò che era finita era un’altra storia… quella di Bruce Springsteen & The E Street Band.
Quello che avverrà poi è scritto negli annali del rock: dieci anni di pausa coatta e poi, tutti, di nuovo assieme, con una combriccola ampliata e con un sound più esplosivo e raffinato che mai. Ma allora, in quel lontano 1989, Grande Uomo non accettò proprio la decisione del suo “Capo”… pare che, addirittura, non gli rivolse parola alcuna per lungo tempo a seguire.
Oggi, invece, e mi rivolgo a te, in prima persona, Grande Uomo, le cose sono andate un po’ diversamente, perché a pronunciare quelle aspre e crude parole, it’s over, forse anche solo a te stesso, all’ultimo sospiro, sei stato proprio tu. Ma questa volta, a non accettare le stesse, il loro senso, il loro volere, siamo noi. Si, proprio cosi, noi… non solo il sottoscritto, ma “noi molti”, perché devi concedermi la strafottenza, Grande Uomo, di farmi portavoce di quella grande famiglia di atipici rockettari che (chi più, chi meno, i suoi figliocci) da ormai remoti tempi si definisce orgogliosamente e testardamente Springsteeniana, Estreetbandiana ed oggi, più che mai, Clemonsiana.
Ti dico ciò, amico mio, perché per quelli come noi che si vive i concerti, il rock, la musica non come semplice ammazza tempo o passeggero diletto, ben si come religione, con tanto di profeti da osannare ed emulare a testa alta, non esiste nulla, niente che abbia la maestà o la prestanza di prosciugare quelle emozioni, che qualche accordo, un po’ di note, o svariate parole messe assieme ne danno sorgente, e che poi, come un fiume in piena, sgorgano dentro te… non c’è chiusa, argine o diga che tenga! E gran parte di queste emozioni, Grande Uomo, ce le hai regalate tu. Si, proprio tu, con il tuo fucile, quel saxofano che per lustri ha sparato melodie che, per il loro travolgere, non potevano non colpire dritte al cuore, quello stesso saxofono, impasto di plastica, silicone e ferraglia, che è riuscito a trasformare nello stesso arco di tempo l’aria vuota nelle più magiche delle musiche.
E queste emozioni resteranno per sempre vive in noi, come tali lo saranno i ricordi… quelli dei tuoi scheck, spassosi siparietti da accademici teatranti con Bruce, della tua buffa e baritonale voce comunque da standing ovation, dei tuoi “da copione” sporadici ed intensi sorrisi, e soprattutto quelli del tuo, a posteri eterno, immortalamento, spalla a spalla, col tuo amico di sempre in quel quadro che è divenuto la copertina di uno dei capolavori della Storia del Rock, Storia nella quale tu, Grande Uomo, ci sei entrato di DIRITTO e con GLORIA, in un posto d’onore, dove nessuno, nemmeno Apollo, ti ci potrà mai più schiodare.
Quelli come te, fratello, non si dimenticano cosi facilmente, sappilo, specie dopo migliaia e migliaia di chilometri, ettolitri di sudore, e monete del vecchio e nuovo conio piacevolmente ed orgogliosamente consumati per vederti, ascoltarti, od anche solo sfiorarti... non meno di quel piccolo eroe del New Jersey che, di fianco la tua maestosità, diveniva, ad ogni concerto, simpaticamente ancor più minuto.
Per questo, Grande Uomo, non è finito proprio un emerito cazzo! Perchè non ho mai avuto più salde certezze di quante ne ho ora, in questo istante, mentre sto ascoltando il tuo incantevole assolo su Jungleland ed una lacrima, devo ammetterlo, sta attraversando il mio viso: che alla prossima maratona di Bruce tu, Grande Uomo, sarai ancora dei nostri, che sia ad Asbury, al Madison, in qualche fottuto palazzetto metropolitano, oppure a San Siro, magari di nuovo sotto il diluvio, tutti insieme, noi sotto e voi un gradino su, lost in the flood, certi pero che questa volta i lampi nella notte saranno i tuoi immensi scintillanti occhi che troneggiano dalle ombre della tua pelle, i tuoni, gli assoli del saxofano sprigionati dalle tue spesse e carnose labbra, la pioggia, le tue lacrime… lacrime di gioia, per la consapevolezza di essere di nuovo uno degli artefici dell’ennesimo grande spettacolo del rock, e, soprattutto, per l’emozionarti nell’udire ancora, dietro alle parole di Bruce: ”The biggest man you've ever seen…”, noi, con un boato unisono, urlare il tuo nome.
Goodbye Big Man
lunedì 20 giugno 2011
martedì 7 giugno 2011
Meditando
E quando il Mezscal, dal fondo delle sua ancor integra bottiglia, inquieto, angosciato osservò il tappo roteare, allora, e solo allora, realizzò che la sua prossima fine, l’improrogabile, non si sarebbe fatta attendere molto: quella bramosa, agognante pupilla non attendeva altro.
La ragione della scienza del surreal non ha clemenza, ed offusca con potenza dello stesso la demenza.
NOTTE CUBANA
Nei viali sapori di sabbie, benzine e di sigaro,
colori di muri dipinti e sculture d’ebano;
baccano si fa nelle case, perse nelle Favelas,
festa in ogni paese, fuori è già sera.
Lumi soffuse ninnate dal vento caliente dei mari del sud,
insegne vecchie, spente dal tempo qualcuno butta giù,
stufe guardie di ronda, custodi in tutta L’Havana,
un gabbiano è preso da un onda: è notte cubana.
E danzatrici vestite di nulla mentre leggero un suono le culla,
suono di tromba, violino, flauto e chitarra fino al mattino
e venditori di erbe e coralli cercano gloria tra fuochi e balli
mentre le donne di vita con canti offrono gioia a tutti i passanti,
come sirene nelle favole,
come i tanti viaggi e sogni fatti di parabole,
tra stanchi poeti, finti gioielli,
sabbie d’argento, loschi bordelli.
Finestre di legno cadenti, stanche barcollano,
remoti vessilli stinti nel cielo s’innalzano,
odore di riso e pescado, barche sommerse dal vuoto,
brillano luci lontano: stelle sul molo.
Cantine e botteghe di voci, di fumo s’impregnano,
giovani folli a colpi di Rum si affrontano;
diecimila chilometri a Mosca, la tele regna sovrana,
il vento bussa alla porta: è’ notte cubana.
E nei vicoli ispanici, bianchi, negri, meticci adornano i banchi,
una donna dal viso piangente chiede profumi all’uomo d’oriente,
i bambini con i palloni tirano calci al tempo e ai signori
ed un uomo dall’abito sporco porta frescura con succo di cocco,
come il ghiaccio dell’estate
o come possono le fate,
tra auto passate, salsa e mohito,
piazze ammassate… sogno rapito.
Mille motivi per andare avanti, ladri, puttane, maghi e cantanti,
e lo yankey va predicando dollari, finte illusioni ed embargo,
ed un vecchio soldato ormai pazzo, spoglio è di vesti sopra un terrazzo,
indosso ferite di guerra quando si dava battaglia su in Sierra.
Ma l’america è vicina,
l’uomo nero si incammina.
Kruscov to est, in west Kennedy.
Old Bucarest in tropici.
Tra gioie, dolori, qualche gommone,
mille santoni…ma un sol padrone.
colori di muri dipinti e sculture d’ebano;
baccano si fa nelle case, perse nelle Favelas,
festa in ogni paese, fuori è già sera.
Lumi soffuse ninnate dal vento caliente dei mari del sud,
insegne vecchie, spente dal tempo qualcuno butta giù,
stufe guardie di ronda, custodi in tutta L’Havana,
un gabbiano è preso da un onda: è notte cubana.
E danzatrici vestite di nulla mentre leggero un suono le culla,
suono di tromba, violino, flauto e chitarra fino al mattino
e venditori di erbe e coralli cercano gloria tra fuochi e balli
mentre le donne di vita con canti offrono gioia a tutti i passanti,
come sirene nelle favole,
come i tanti viaggi e sogni fatti di parabole,
tra stanchi poeti, finti gioielli,
sabbie d’argento, loschi bordelli.
Finestre di legno cadenti, stanche barcollano,
remoti vessilli stinti nel cielo s’innalzano,
odore di riso e pescado, barche sommerse dal vuoto,
brillano luci lontano: stelle sul molo.
Cantine e botteghe di voci, di fumo s’impregnano,
giovani folli a colpi di Rum si affrontano;
diecimila chilometri a Mosca, la tele regna sovrana,
il vento bussa alla porta: è’ notte cubana.
E nei vicoli ispanici, bianchi, negri, meticci adornano i banchi,
una donna dal viso piangente chiede profumi all’uomo d’oriente,
i bambini con i palloni tirano calci al tempo e ai signori
ed un uomo dall’abito sporco porta frescura con succo di cocco,
come il ghiaccio dell’estate
o come possono le fate,
tra auto passate, salsa e mohito,
piazze ammassate… sogno rapito.
Mille motivi per andare avanti, ladri, puttane, maghi e cantanti,
e lo yankey va predicando dollari, finte illusioni ed embargo,
ed un vecchio soldato ormai pazzo, spoglio è di vesti sopra un terrazzo,
indosso ferite di guerra quando si dava battaglia su in Sierra.
Ma l’america è vicina,
l’uomo nero si incammina.
Kruscov to est, in west Kennedy.
Old Bucarest in tropici.
Tra gioie, dolori, qualche gommone,
mille santoni…ma un sol padrone.
domenica 22 maggio 2011
L'AUTISTA DI CONAN DOYLE
"Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, pegggio per voi, peggio per tutti...Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti si, ma in ogni caso nessssun rimorso..." Cosi scrive su un quaderno a quadretti, prima de essere colpito a morte dalla gendarmeria, Jules Bonnot, il nemico pubblico di Parigi nei primi anni del secolo, geniale rapinatore, appassionato di auto e motori, capo di una banda di anarchici che si prese beffa dell' "ordine" francese per un lungo periodo di tempo facendo così scattare una feroce repressione antiproletaria. La biografia di Bonnot è davvero singolare: operaio, soldato, autista nientemeno che del creatore di Sherlock Holmes, Sir Arthur Conan Doyle; e poi il sogno di una felicità rabbiosa da lungo tempo accarezzata ma mai raggiunta per via del suo attivismo come sindacalista non consono agli stilemi governativi del tempo, che lo trasforma nel primo rapinatore ad usare le automobili e nell'anarchico convinto di dover colpire la società borghese senza mezze misure, creando il caos, facendo più rumore possibile, rischiando il tutto per tutto. Eroe tragicamente romantico, Jules Bonnot, al quale ho voluto dedicare una mia canzone che forse in seguito pubblicherò tra queste pagine, rientra a pieno titolo nei miei "banditi senza tempo".
venerdì 20 maggio 2011
UN POSTO CHIAMATO LIBERTA
Marciano lungo i sentieri, irregolari, stanchi e fieri,
senza forze e ne fortuna, illuminati dalla luna,
tra fango, neve, vento, pioggia, polvere, cercando Libertà.
Guardano le foto, tristi: sorrisi, visi, mai più visti;
gettano fiumi d’inchiostro da spedire a nessun posto,
raccontando come possa essere diversa Libertà.
Poi, nel mentre, nel cammino, con fucili per cuscino,
foglie secche, legna, erba, fuochi accesi per coperta,
dormono, cercando di toccare, di sentire Libertà.
Si nutrono di fiori e bacche, fanno scorta nelle sacche
di acqua insipida e coraggio da portare lungo il viaggio,
viaggio verso il paradiso mai visto, chiamato Libertà.
Lavano le pelli sporche in freddi fiumi, grigie pozze,
suonano chitarre vuote, ormai scordate, senza note,
cantando a cori spenti quanto è bella, quanto è dolce Libertà.
Lontani da popoli e città, aspettando quel giorno che verrà.
Mai guerra, ne armata, ne pietà, mai uomo, ne Dio li fermerà.
Osservano al buio il nemico, ogni sua mossa, ogni sospiro,
lottano contro Natura impervia, muta, ostile, scura,
diffidano il contado, inconsapevole di come è Libertà.
Hanno tutti nella tasca, intorno al collo o bene in vista,
scolpita in ebano od in noce, faggio, frassino, una croce
pronta da donare a chi per sorte non raggiunge Libertà.
Non sanno più cos’è l’amore, il gioco, l’ozio, la passione,
non hanno un letto, ne una casa, vagano senza una meta,
col desiderio, un giorno, d’incontrare sulla strada Libertà.
In giorni, mesi di tempesta, niente, nulla più gli resta,
ne una donna, neanche un nome, una patria, un salvatore,
solo la speranza, ma anche il dubbio di trovare Libertà.
Piangono, la notte, soli, senza lacrime o rumori,
aspettando un nuovo giorno, c’è chi spera un altro mondo,
dove in ogni piazza, in ogni luogo bene iscritto è Libertà.
Lontani da popoli e città, aspettando quel giorno che verrà.
Mai guerra, ne armata, ne pietà, mai uomo, ne Dio li fermerà.
Lontani da popoli e città, aspettando quel giorno che verrà.
Mai guerra, ne fronte, ne pietà, mai uomo, ne Dio li fermerà.
senza forze e ne fortuna, illuminati dalla luna,
tra fango, neve, vento, pioggia, polvere, cercando Libertà.
Guardano le foto, tristi: sorrisi, visi, mai più visti;
gettano fiumi d’inchiostro da spedire a nessun posto,
raccontando come possa essere diversa Libertà.
Poi, nel mentre, nel cammino, con fucili per cuscino,
foglie secche, legna, erba, fuochi accesi per coperta,
dormono, cercando di toccare, di sentire Libertà.
Si nutrono di fiori e bacche, fanno scorta nelle sacche
di acqua insipida e coraggio da portare lungo il viaggio,
viaggio verso il paradiso mai visto, chiamato Libertà.
Lavano le pelli sporche in freddi fiumi, grigie pozze,
suonano chitarre vuote, ormai scordate, senza note,
cantando a cori spenti quanto è bella, quanto è dolce Libertà.
Lontani da popoli e città, aspettando quel giorno che verrà.
Mai guerra, ne armata, ne pietà, mai uomo, ne Dio li fermerà.
Osservano al buio il nemico, ogni sua mossa, ogni sospiro,
lottano contro Natura impervia, muta, ostile, scura,
diffidano il contado, inconsapevole di come è Libertà.
Hanno tutti nella tasca, intorno al collo o bene in vista,
scolpita in ebano od in noce, faggio, frassino, una croce
pronta da donare a chi per sorte non raggiunge Libertà.
Non sanno più cos’è l’amore, il gioco, l’ozio, la passione,
non hanno un letto, ne una casa, vagano senza una meta,
col desiderio, un giorno, d’incontrare sulla strada Libertà.
In giorni, mesi di tempesta, niente, nulla più gli resta,
ne una donna, neanche un nome, una patria, un salvatore,
solo la speranza, ma anche il dubbio di trovare Libertà.
Piangono, la notte, soli, senza lacrime o rumori,
aspettando un nuovo giorno, c’è chi spera un altro mondo,
dove in ogni piazza, in ogni luogo bene iscritto è Libertà.
Lontani da popoli e città, aspettando quel giorno che verrà.
Mai guerra, ne armata, ne pietà, mai uomo, ne Dio li fermerà.
Lontani da popoli e città, aspettando quel giorno che verrà.
Mai guerra, ne fronte, ne pietà, mai uomo, ne Dio li fermerà.
martedì 17 maggio 2011
L'ULTIMO SALTO
Le voci erano soffi, i fari lumi, negli spalti, sulle scale,
con il suono del silenzio si attendeva tutti assieme il gran finale.
Poi il rullare con tamburi, luci a sfera nell’oscuro e in un istante,
ritto stava il trapezista, lontano, nel suo mondo, fra le tende.
Muscoli d’acciaio, mani salde e ferme,
negli occhi la stessa freddezza di sempre,
veloci erano i passi, leggero il portamento,
per niente e per nulla diverso dal vento.
Spettacolo dell’anno, quella sera c’era un pubblico impaziente,
prima volta per un circo, non più reti, solo il vuoto, solo il niente.
Beh, poco di diverso o tutto uguale per il piccolo gitano,
Barone Rampante, Soldato, Uomo Ragno, Re tzigano.
Con le scarpe d’oro, vesti d’argento,
gli abiti vecchi segnati dal tempo,
il viso rifletteva i tanti bagliori,
bello sembrava di mille colori.
Sensazioni, immagini, ricordi di tanto tempo fa,
quando in un tendone c’era il sogno, c’era il mondo e poi chissà.
E come sempre un grande salto e d’incanto
come un uccello volteggiava là,
da giù l’orchestra improvvisava un fandango,
ci si chiedeva se non era realtà.
E come sempre un grande salto e d’incanto
sfiorava il telo a strisce bianche e blu,
il trapezista andava sempre più in alto,
sembrava stare oltre le stelle e più in su.
Un passo, dopo un altro, braccia larghe, corda tesa, via il respiro,
ballerino raffinato, sopra un filo con la folla già in delirio.
Un passo, uno di nuovo, ancora uno, toccava l’altra parte,
balzo dalla rampa, poi su un’asta retto solo dalle gambe.
E come d’incanto l’uomo dondolava
ma giù, da basso, qualcuno gridava:
forse per il caso o forse per errore,
la corda non resse alla forte tensione.
Inutile cercare la salvezza, un altro appiglio con le dita,
il fato era segnato, ne miracoli, ne santi o vie d’uscita.
la banda musicale si arrestava, fuori tempo, lì, in quel mentre,
tutto si fermava, si copriva, si chiudevano le tende.
Un attimo, un istante, veloce è la caduta
ma guarda l’avversa signora sfortuna:
per la prima volta niente reti in basso,
solo il fantasma, il ricordo di un pazzo.
Negli libri, nei diari, negli annali ne tracce e più memoria,
del Re Tzigano o Uomo Ragno nessun posto nella storia.
E come sempre un grande salto e d’incanto
come un uccello volteggiava là,
da giù l’orchestra improvvisava un fandango,
ci si chiedeva se non era realtà.
E come sempre un grande salto e d’incanto
sfiorava il telo a strisce bianche e blu,
il trapezista andava sempre più in alto,
sembrava perdersi nel cielo e più in su.
con il suono del silenzio si attendeva tutti assieme il gran finale.
Poi il rullare con tamburi, luci a sfera nell’oscuro e in un istante,
ritto stava il trapezista, lontano, nel suo mondo, fra le tende.
Muscoli d’acciaio, mani salde e ferme,
negli occhi la stessa freddezza di sempre,
veloci erano i passi, leggero il portamento,
per niente e per nulla diverso dal vento.
Spettacolo dell’anno, quella sera c’era un pubblico impaziente,
prima volta per un circo, non più reti, solo il vuoto, solo il niente.
Beh, poco di diverso o tutto uguale per il piccolo gitano,
Barone Rampante, Soldato, Uomo Ragno, Re tzigano.
Con le scarpe d’oro, vesti d’argento,
gli abiti vecchi segnati dal tempo,
il viso rifletteva i tanti bagliori,
bello sembrava di mille colori.
Sensazioni, immagini, ricordi di tanto tempo fa,
quando in un tendone c’era il sogno, c’era il mondo e poi chissà.
E come sempre un grande salto e d’incanto
come un uccello volteggiava là,
da giù l’orchestra improvvisava un fandango,
ci si chiedeva se non era realtà.
E come sempre un grande salto e d’incanto
sfiorava il telo a strisce bianche e blu,
il trapezista andava sempre più in alto,
sembrava stare oltre le stelle e più in su.
Un passo, dopo un altro, braccia larghe, corda tesa, via il respiro,
ballerino raffinato, sopra un filo con la folla già in delirio.
Un passo, uno di nuovo, ancora uno, toccava l’altra parte,
balzo dalla rampa, poi su un’asta retto solo dalle gambe.
E come d’incanto l’uomo dondolava
ma giù, da basso, qualcuno gridava:
forse per il caso o forse per errore,
la corda non resse alla forte tensione.
Inutile cercare la salvezza, un altro appiglio con le dita,
il fato era segnato, ne miracoli, ne santi o vie d’uscita.
la banda musicale si arrestava, fuori tempo, lì, in quel mentre,
tutto si fermava, si copriva, si chiudevano le tende.
Un attimo, un istante, veloce è la caduta
ma guarda l’avversa signora sfortuna:
per la prima volta niente reti in basso,
solo il fantasma, il ricordo di un pazzo.
Negli libri, nei diari, negli annali ne tracce e più memoria,
del Re Tzigano o Uomo Ragno nessun posto nella storia.
E come sempre un grande salto e d’incanto
come un uccello volteggiava là,
da giù l’orchestra improvvisava un fandango,
ci si chiedeva se non era realtà.
E come sempre un grande salto e d’incanto
sfiorava il telo a strisce bianche e blu,
il trapezista andava sempre più in alto,
sembrava perdersi nel cielo e più in su.
lunedì 16 maggio 2011
Capitan Corto
Ottimo vino... mi ispira fantasia, viaggi e misteri.. Per questo stasera voglio parlare di un "bandito" un pò atipico. Uno di quelli usciti dalla magica matita di Hugo Pratt: capitan Corto Maltese. Marinaio gitano, giramondo solitario, gentiluomo di ventura il Corto è divenuto negli anni il mio archetipo di avventuriero romantico ed anche, per eccellenza, il mio disincantato personaggio, protagonista di infinite scorribande nei luoghi magici dell'avventura. Fu amore a prima vista tra me e il capitano, e me ne accorsi dopo che, per caso, lessi il suo primo numero (anche se già invecchiato di una decina di anni): "Una ballata dal mare salato". Per gli adolescenti abituati agli strampalati, divertentissimi fumetti umoristici di Coccibill o Lucky Luke, questa era una sorpresa ricca di novità. E all'inizio neanche tutte gradevoli. L'oceano che presenta la storia, la cartina geografica per precisare i luoghi dell'avventura: puzzava di didattica e non potevo non guardarla con sospetto! Poi il protagonista che si faceva vedere a fumetto già iniziato in una posizione poco eroica (polsi e caviglie legate) ed apostrofato come "grosso maiale". Era chiaro, non si trattava di un fumetto scritto per giovani lettori, quello. Divenne nettare per appagare la mia fantasia assetata di viaggi! E cominciai a divorarmene avidamente. Per me Corto oggi, nonostante è tempo che abbia abbandonato i calzoncini a bermuda, appare tale e quale come prima: grandissimo, bello, sicuro, romantico. Una sorta di dio terrestre o marino. O ancora un supereroe interiore che magicamente trasforma un insuccesso in una virtù, perchè questo - il suo, il nostro - è un mondo che comunque non meriterebbe le sue vittorie. Poi, è il protagonista dell'attesa, degli appuntamenti mancati, delle scommesse vinte e non riscosse, degli amori rimpianti, e un po mi ci vedo.
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